Museo Archeologico di Stabia
La
Reggia di Quisisana, a Castellammare di Stabia, fu costruita nel XIII
secolo dai sovrani angioini, ma fu solo con gli interventi condotti da
Carlo III di Borbone tra il 1765 e il 1790 che il palazzo assunse
l’aspetto attuale. Il complesso, che rispecchiava l’idea del “palazzo di
caccia e villeggiatura”, ha una struttura ad elle così da godere da un
lato di una splendida vista sul golfo e dall’altro di essere meglio
collegato a Castellammare.
Nel
periodo seguente anche il parco venne riammodernato e ingrandito sui
modelli del giardino all’inglese con grandi viali, scale, fontane e
giochi d’acqua che sfruttavano scenograficamente sia la ricca
vegetazione delle pendici del Faito che le sorgenti d’acqua. La fama del
Palazzo era tale da attrarre moltissimi viaggiatori e personalità
straniere a soggiornare nell’area e il suo splendore ci è testimoniato
dagli acquerelli e dalle incisioni di Hackert e Dahl nonché dalle vedute
della Scuola di Posilippo.
Dopo
alcuni decenni di abbandono, il palazzo è stato oggetto all’inizio del
2000 di un grande intervento di restauro terminato nel 2009 e che ha
restituito l’antico splendore.
Il
sito è di proprietà del Comune di Castellammare di Stabia, che nel 2020
ha concesso il giardino storico e gran parte del Palazzo reale al Parco
archeologico di Pompei per i suoi fini istituzionali e perché potesse
concorrere alla valorizzazione del complesso immobiliare.
A
partire dal 2020, all’interno della Reggia è ospitato il Museo
Archeologico di Stabia, dedicato alla memoria di Libero D’Orsi, dove è
possibile ammirare una collezione di opere provenienti dalle ville di
età romana del territorio stabiano. 600 i reperti ora esposti, tra
affreschi, arredi marmorei, suppellettili in ceramica e bronzo: preziose
testimonianze della vita quotidiana, in particolare quella che si
svolgeva nelle ville romane d’otium (lussuose residenze finalizzate al
riposo, del corpo e dello spirito, dalle attività e dagli affari) e
nelle ville rustiche (simili nella concezione alle moderne fattorie),
site in posizione panoramica con “vista” sul Golfo di Napoli.
Il
Museo archeologico di Stabia si contraddistingue soprattutto per le sue
opere pittoriche, rappresentando il secondo museo al mondo, dopo il
Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ad ospitare la più grande
collezione di affreschi di età romana.
Nel
2024 il percorso di visita è stato ampliato con una nuova sezione
interamente dedicata al paesaggio, ovvero all’indagine tra l’ambiente e
il costruito nel territorio stabiano di età romana. Tutto l’allestimento
è stato rivisitato alla luce dell’introduzione delle nuove tecnologie,
di apparati multimediali e didattici, che implementano l’accessibilità
fisica e culturale delle opere e dei contenuti. Il progetto scientifico è
stato curato dal Direttore Generale Gabriel Zuchtriegel e da Maria
Rispoli, Direttrice del Museo Archeologico di Stabia.
IL PERCORSO MULTIMEDIALE
I
6 dispositivi multimediali lungo il percorso raccontano, attraverso
modalità immersive e partecipative, le forti relazioni tra la città
antica e quella contemporanea.
Si
racconta di un sito archeologico straordinario, l’antica Stabiae, due
volte distrutta e due volte rinata. Conquistata e devastata nel corso
della Guerra Sociale dalle truppe di Silla, come punizione per essere
passata dalla parte dei ribelli italici, riprende vita come pagus di
Nocera e diventa sede di importanti e prestigiose ville marittime,
dotate di meravigliosi e lussuosi apparati decorativi.
Successivamente
verrà distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. alla stregua di
Pompei ed Ercolano, ma a differenza di queste ultime rinacque già nel 92
d.C. come riporta il poeta Stazio. Stabiae era sede di una statio della
flotta misenate e continuerà ad esserlo anche in età post eruzione,
come ci dimostrano i reperti rinvenuti sotto la Cattedrale di
Castellammare di Stabia.
Nella
prima sala un plastico multimediale entra in relazione con i reperti
esposti, raccontando in un lungo arco temporale le trasformazioni del
territorio – compreso tra Ercolano, il Vesuvio, Pompei fino a Sorrento
sul versante napoletano e Nocera e i Monti Lattari su quello
salernitano; e i due diversi momenti di scoperta della città antica di
Stabia, la prima in età borbonica (negli anni in cui furono scoperte
Pompei ed Ercolano); la seconda ad opera del Preside Libero D’Orsi,
negli anni ‘50.
Quest’ultimo
momento, in particolare, viene ripercorso attraverso un diario
multimediale con la voce, le foto e gli appunti del Preside D’Orsi. Un
libro cartaceo multimediale che i visitatori possono sfogliare
virtualmente per scoprire tutti i particolari che hanno fatto la storia e
la fortuna degli scavi.
IL RAPPORTO CON IL PAESAGGIO E CON IL TERRITORIO
Il
nuovo concept del museo è fortemente orientato a mettere in risalto le
connessioni che l’antica Stabiae seppe creare con le risorse del suo
ager (territorio) circostante, corrispondente oggi ai comuni di S.
Antonio Abate, Santa Maria La Carità, Gragnano, Casola, Pimonte. Un
ricco e variegato territorio che, in epoca romana, fu connotato
dall’impianto di interessanti complessi residenziali e produttivi nel
rispetto della vocazione di ciascun fondo agricolo. Contesti poco
conosciuti dalla comunità che il Museo intende valorizzare e raccontare
nella sua specificità.
Un’ampia
sezione è dedicata ai ritrovamenti provenienti da questi complessi,
dotati di apparati di importante impegno architettonico e decorativo,
dalle stanze di soggiorno, ai triclini e ai cubicula (stanze da letto)
fino ad arrivare ai raffinati complessi termali.
Gli
allestimenti evocano le grandi sale affacciate sul Vesuvio e sul golfo
stabiano che rappresentano ancora oggi quinte sceniche proiettate sul
mare. Nel museo il paesaggio, che era godibile nel 79 d.C., è stato
riscostruito fedelmente sul fondo della sala, spogliandolo di tutte le
costruzioni contemporanee, e riproponendolo in una proiezione dinamica
che cambia nell’arco delle 24 ore della giornata.
La
proiezione diventa la quinta prospettica agli arredi rinvenuti nei
peristili e nei giardini delle ville di Varano. Su di essi si
affacciavano gli ambienti dedicati al soggiorno e al riposo diurno,
all’otium e alla lettura, alla convivialità e all’ospitalità che
mantenevano perennemente lo sguardo proiettato sul panorama: Ischia e
Capo Miseno, Capri e la penisola sorrentina ma anche le alte e verdi
montagne di cui Simmaco elogia la qualità e la salubrità del latte
prodotto dagli armenti che qui pascolavano.
Alle
pareti gli affreschi che raffigurano scene marittime e bucoliche,
immagini di divinità e del mondo dionisiaco, ritratti e volti, forse
appartenuti ai proprietari di casa. Non mancano immagini dell’antico
paesaggio stabiano, in cui sono stati riconosciuti luoghi reali del
contesto storico del I d.C..
Il
ritrovamento del carro interamente conservato con i suoi cavalli, lungo
le rampe di Villa Arianna, è testimonianza di una viabilità interna tra
il pianoro di Varano e il mare ma è anche segno di una strage, quella
dell’eruzione pliniana, che ha distrutto e sepolto l’antica città, che a
differenza di Pompei ed Ercolano, rinacque dopo pochi anni
dall’eruzione.
Scomparsa
Pompei, Stabiae rappresentava l’unico sbocco per Nocera. Le sue vie,
quella per terra e quella mare, l’hanno salvata dall’oblio. La rinascita
è raccontata mediante un’installazione multimediale interattiva che fa
rivivere l’antica Tabula Peutingeriana, una carta stradale del V d.C.
che mostra le città e le strade di tutto il territorio italiano. MiC - Pubblicato il 2020-04-14 17:55:15 / Ultimo aggiornamento 2026-07-03 10:04:20